Chris Anderson: il web è morto (ma internet no)

Ieri, 3 Novembre 2010, ero allo IAB forum 2010 a Milano. Bello spazio, molta gente, buona energia (molto meglio che allo SMAU 2010 – a detta non solo mia, ma di molti amici / colleghi).

Il secondo speech in plenaria (almeno 1.000 persone sedute, e 7 in piedi) è stato quello di Chris Anderson (Wired, Coda Lunga, etc. Il figo, insomma). Che ha raccontato quello che ha aveva già scritto nel suo articolo “The web is dead. Long live the internet” apparso su Wired USA l’agosto scorso.

Ieri in IAB qualcuno mi ha detto che non c’era niente di nuovo nel suo discorso (c’era già tutto nell’articolo. Abbastanza vero.) Poi a casa in serata ho guardato cosa è stato scritto in giro. E sono rimasto un po’ deluso. Visto che anche “tra noi esperti” non sono sicuro che ci capiamo bene. Ad esempio, su 01net, Maria Teresa D. M., in un articolo pure bello, fa capire che secondo me non ha capito tutto, quello che ha detto Chris A.

E anche lì, in sala, Chris A. ha fatto almeno un paio di battute. E non ha riso in pratica nessuno. (Secondo me almeno il 40% dei presenti non capiva inglese, e un altro 40 lo capiva poco. Ma magari mi sbaglio io. E sono stronzamente, inutilmente, elitario).

E devo preambolare anche un’altra cosa – in fin dei conti lo spazio del blog è mio, e me lo gestisco io (non ho revisori che mi segano paragrafi tra la revisione 1 e 2 del capitolo, qui :-D). Preambolizzo dunque, che c’era un sacco di gente su di età, in platea. Persone che salvo rari casi purtroppo sono culturalmente estranee, esterne, impermeabili a web2.0, device revolution, social viral marketing. Inoltre c’era un altro sottoinsieme, solo parzialmente sovrapposto al primo, che invece non ne capiva/capisce di tecnologia – in termini tecnici. Insomma, per i quali l’HTML5 è un’etichetta, al massimo una potenziale buzzoword. That’s it. Ecco. E forse dovrei isolare (o al contrario, fare una selezione inversa) tutti quelli che quando Chris A. parlava di open web, così come l’aveva immaginato Berners Lee, così come è cresciuto nei primi anni, boh … non gli dice molto. Sicuramente non li emoziona. Per cui al massimo la preoccupazione è capire che, se va a morire, va a morire come mercato. E che quindi se il trend saranno le app, beh allora bisogna capire come vendere i banner lì. That’s it. Fine del preambolo. (Insomma sì, mi sono sentito bene, e speciale, ascoltando Chris A.)

– – – – – – ——————————————– – – – – – –

[Qui inizia la trascrizione degli appunti. In una sorta di indiretto libero.]

The web is dead. L’ho scritto. E in qualche modo forse devo scusarmi, o almeno spiegarmi, con voi.

Il web non è internet. Ma è un pezzo di internet – un bel pezzo dell’internet che siamo stati abituati a conoscere, e ad amare. Il web è un’applicazione, e un protocollo (l’http). E’ un mondo che si fruisce tramite un browser. Il web è stato pensato per far circolare contenuti, apertamente, senza distinzioni. Il web, questo web, sta morendo. Almeno negli USA (la situazione in Europa potrebbe essere parzialmente diversa). Abbiamo delle informazioni, sul traffico di dati in rete, che ci dicono che il web sta calando, mentre altro cresce. Cosa cresce? In USA, tantissimo, il real time entertainment – intrattenimento in tempo reale  (talk show, eventi sportivi). Streaming video – sempre + fruito da dispositivi mobili.

I tre cavalieri dell’apocalisse:

  • iphone
  • xbox
  • ipad

Ciascuno di questi nomi, di questi prodotti, rappresenta anche altri della sua famiglia. Xbox sta per console, che si collegano a internet (un sacco di traffico è generato dal giocare in modalità multiplayer online).

Alle persone piacciono le cose che funzionano velocemente, che sono facili da usare, e belle. Queste tre semplici regole spiegano molto del successo degli smart phone stile iphone, e dei tablet stile ipad.

Perchè questi cosi sono nemici del web? Se intendiamo il web aperto come “ciò che Google vede”, tutti questi mondi sono extra-web. Il mondo delle app è invisibile a Google.

E una parte di web si sta chiudendo, dietro a barriere di accesso, o dietro a muri a pagamento. Pensiamo ai contenuti a pagamento. Ma pensiamo anche a Facebook.

E molti pezzi di web si chiudono, o si rendono fruibili tramite interfacce off-web. Le API trionfano. Sempre più persone usano twitter senza passare dal sito.

Io (Chris) spero che questo trend cambi. Io ho amato e amo il web aperto. Ma i trends che vediamo sono questi. Sempre più mondi chiusi. Sempre più traffico generato da e per quei mondi.

Se pensi che il web aperto sia importante, hai delle buone ragioni per essere preoccupato.


Eravamo abituati a un web libero, e gratuito. Adesso trionfano i modelli freemium, nel web libero, dove ho dei bocconi di contenuto, gratis, che servono per farmi comprare i contenuti a pagamento. Accanto a questi servizi, vanno forte le piattaforme con una barriera all’ingresso (e poi è più facile per loro uscire, e fare shopping e proseliti nell’open web, che per player del web open, che siano Google o altri, bypassare le barriere, e accedere a utenti e informazioni che sono dentro i mondi chiusi).

Anche i feed RSS, la possibilità di sindacare i contenuti, assieme alle API, favorisce il proliferare di mondi chiusi. Così come il trend estetico aiuta la crescita del mondo delle app (dove è più facile fare interfacce belle).

Il web è vivo, e vegeto, come luogo di comunicazione e scambio, per le persone. Per le comunità che si formano e dialogano. (Ma rischia di diventare un po’ marginale, rispetto ad altro).

[Battuta, a cui nessuno ha riso] Sono contento che qui lo IAB riunisca persone e aziende che si occupano di comunicazione e di pubblicità su internet, e non su web🙂

Noi tutti, assieme, come mercato (marketplace), possiamo decidere quale sarà in futuro dominerà il chiuso o l’aperto (i trend dicono: chiuso!).

Ed eccoci, nel mondo degli smartphone e dei tablet. Presto tutto dovrà essere on device. Ce lo aspettiamo. I dati nella cloud, e noi con il nostro dispositivo, che deve essere leggero, piccolo, e veloce, interagiamo con loro. Contano le interfacce, e le batterie.

Questi device sono spesso mono-tasking (fino a quando? fino a quando il mercato li vorrà così?)

L’ipad non ha una tastiera. E’ un esperienza diversa, rispetto a un pc, o a un netbook. Parliamo di spingerti avanti versus stare indietro – in inglese suona bene: lean forward vs lean back.

Parliamo di tastiera vs touch, di work vs play, di add vs immersion.

Cose ben diverse. Che risultano nel fatto che si passano in media 3 minuti su un sito, ma ore in una app. Che risultano in dati “clamorosi” forse, da cui scopriamo che il tempo dedicato alla lettura sulla carta è alto, e quello sul web molto basso, poi su un iphone arriviamo quasi alla carta, ma su un ipad la superiamo, di molto.

E signori miei, where time goes, money will follow.

Wired USA ha creduto nella tablet revolution, e ha scommesso su tre cose:

  • ci sarebbe stato un mercato (e dati dicono, 10 milioni di tablet a fine 2010, proiezioni sui 18 mesi successivi 50 milioni)
  • le persone avrebbero speso del tempo in una app sull’ipad (i dati dicono di sì)
  • le persone sarebbero state disposte a pagare, per una app.

Wired USA vende la app a 1.99$. Ne ha vendute circa 20.000. E’ un prezzo intermedio, tra i tre modelli di prezzo preesistenti per Wired (zero dolla per la versione web, con decine di milioni di visite, circa 80 cents per la versione cartacea dell’abbonato, e 5 dolla per la cartacea comprata in edicola). Il giusto prezzo per il magazine prevede che ci sia sì pubblicità, ma non si sia schiavi della stessa.

Perchè Wired ha investito su una app per ipad, inoltre? Perchè lì era possibile oggi fare un magazine digitale che conservasse le caratteristiche essenziali di un magazine, compresa la possibilità di gestirne il design, e dargli un packaging di qualità (oltre ovviamente beneficiare della multimedialità non concessa alla carta). Nel sito web di wired questo non è possibile. Bisogna rinunciare a molto, con l’HTML, in termini di dettagli di design, e di rich experience che si offre all’utente.

Io credo nell’HTML5. Per poter fornire nel web aperto questa esperienza ricca e coinvolgente al lettore di un magazine. Oggi l’HTML5 è ancora acerbo, difficile dire se permetterà di fare questo davvero domani, se sarà all’altezza.

Certo sarà un protagonista, un campione del web aperto, in lotta contro le app, alla testa dell’esercito dei mondi chiusi.

2 risposte a Chris Anderson: il web è morto (ma internet no)

  1. carl0z scrive:

    su youtube il video dell’intervento:

    ciao
    carloz

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