EFF

luglio 11, 2010

https://w2.eff.org/ninapaley/

Nice toon. (Celebrativo dei 20 anni della Electronic Frontier Foundation, aka EFF).


Ted. E Lessig

giugno 4, 2010

Ted is Ted. And Lessig is always Lessig.


Phone center: il TAR sospende l’ordinanza di chiusura

marzo 10, 2007

Phone Centers 1 – Comune di Brescia 0.

Il TAR di Brescia sospende l’ordinanza che intimava la chiusura di 9 phone centers, recependo, in anticipo, la nuova legge regionale lombarda sui Phone Center (operativa dal 22 Marzo prossimo).

Il TAR avanza dubbi di costituzionalità. Gli avvocati difensori esultano: “E’ un trionfo”. Durerà?

Contributo audio, da Radio Onda d’Urto:


I Phone Centers sono quei posti dove si puo’ andare per fare chiamate internazionali a prezzi vantaggiosi.

Gli immigrati (o i “migranti” come vengono chiamati a sinistra, o i “migratori” – nella splendida definizione di Erri de Luca, o i “negher”, come li chiama la Lega Nord, …) usano per chiamare a casa, nel loro paese d’origine.

Sono esercizi pubblici. Hanno delle cabine telefoniche dove si chiama in Africa, o in Asia, a 10 o 15 centesimi di euro al minuto. Funzionano con lo stesso principio delle carte telefoniche internazionali – con 5 euro chiamo in Brasile per 2 ore. Se fai una telefonata internazionale diretta ti costa fino a 3 euro al minuto.

Insomma sono dei locali pubblici che offrono un servizio – qualcuno fa anche navigare in internet, e/o mandare fax. Ma si chiamano phone center appunto perchè ti fanno telefonare. Una volta c’erano anche i posti pubblici della Telecom (ce n’è uno che sta marcendo proprio qui in centro, dietro casa, in Via Moretto). Sono spariti – e stanno sparendo anche le cabine telefoniche per strada. (Ormai abbiamo 1.42 cellulari a testa, in media)

I phone center sono tanti, a Brescia – circa 120 -, per un paio di motivi. Il primo direi è che ci sono molti immigrati, a Brescia. Molti non italiani che vivono, e lavorano, qui. Questo lo vedono anche i + miopi. Tipo il 10% della popolazione. E fino al 50% in certi quartieri, tipo il Carmine.

Il secondo motivo probabilmente è che come ogni essere umano lontano dagli amici e spesso anche dalla famiglia il migratore cerca un mezzo per comunicare con “i suoi”. Telefona: se avesse i soldi e la tecnologia farebbe come “i + avanti” tra noi, quando andiamo in Sardegna e la mamma resta a casa: ci videotelefoniamo…

Uhm. Molti immigrati. Noi li vogliamo qui per lavorare. E poi sparire, no? Nascondersi in casa (che gli affittiamo a prezzi da strozzini). Fingere di non esistere. E invece no. Questi escono. Stanno per strada (probabilmente anche per il fatto di condividere dei bilocali in otto…)

Creano, inventano, luoghi di socialità. Alcuni – come molti di noi – “si fanno una birra”. A molti di noi non piace. Anche perchè se 8 bresciani su 10 fanno lavoro – casa – tv – cinema alla oz il fine settimana questi cavolo di neri, marroni, gialli, immigrati stando sempre in strada fanno sembrare la città – e certe zone tipo San Faustino particolarmente – … un’altra città. Colorata. Multietnica.

Aiuto. Ci stanno rubando il centro. Aiuto! Hanno aperto un altro phone center.

E allora arriva la legge – da parte di una Regione Lombardia al cui vertice c’è un branco di moralisti (e xenofobi). Parla di “ordine pubblico, igiene”. E moralità.

La legge regionale (da questo link si può scaricarla, come file pdf) numero 6 del 3 Marzo 2006, cosa dice?

Che le cabine telefoniche devono avere misure minime di un metro quadrato (quindi es minimo 1metro x 1metro). Quanto sono grandi quelle in dotazione oggi a quasi tutti i phone center? 95 centimetri per lato. FUORI NORMA.
Poi. Devi avere 9 metri quadri di “area d’attesa”. Mah… Poi. I bagni, ovviamente. No alle barriere architettoniche: serve il bagno per i disabili – con relative misure.phone center

Poi. Ordine pubblico: devi schedare tutti quelli che vengono a telefonare. (ehi, sai com’è, le norme antiterrorismo. e poi, quei pakistani hanno sempre delle facce sospette…)

Poi. Moralità. Una serie impressionante di limiti a chi può essere intestatario di una licenza (se ti hanno condannato per una qualsiasi cazzata te lo scordi). Poi. Non puoi in nessun caso offrire altri servizi oltre a far telefonare.

Poi, poi, poi. E soprattutto: la legge ha valenza retroattiva. Non vale, come sarebbe logico, per le nuove aperture. Vale per tutti quelli che sono già aperti. Chi non si adegua, dovrà chiudere.

Mi spiace non poter linkare la puntata di qualche settimana fa del telegiornale multietnico di RTB (RadioTeleBrescia – un progetto interessante). Intervistava un po’ di gestori di phone center, e spiegava la situazione. Molti non hanno i soldi per fare le modifiche, altri hanno in affitto locali che materialmente non le consentono.

E faceva un paragone semplice, semplice. Se facessero una legge uguale sui bar. A Brescia, o altrove. Perchè, ovvio, la legge è un’escamotage. La ricerca di una via legale per arginare un fenomeno che non piace.
La valenza retroattiva della legge è una vergogna. Ripeto: obblighiamo tutti i bar di Brescia, tutti, a rispettare le norme igienicosanitarie di questa legge – e anche quelle sulla moralità.

I gestori dei phone center hanno già protestato, davanti al Consiglio Comunale. Torneranno a farlo.

E noi continuiamo. Con le nostre ipocrisie e il nostro razzismo strisciante. E con le nostre sagre del cioccolato. A 40 euro al sacchetto.


Copenhagen: riots dopo lo sgombero dell’Ungdomshuset

marzo 3, 2007

banner squat Continuano le proteste, gli scontri e gli arresti dopo lo sgombero, avvenuto giovedì, dello squat Ungdomshuset, (letteralmente: “Casa della Goiventù”) a Copenhagen (in Danimarca).

Lo spazio apparteneva al Comune di Copenhagen, era stato assegnato a un gruppo di giovani all’inizio degli anni Ottanta e si era di fatto progressivamente trasformato in uno squat. In seguito a numerose controversie sul pagamento dell’affitto e sull’agibilità dello stabile, il Comune ha messo in vendita il palazzo, nel 1999. L’attuale proprietario è la Chiesa indipendente Faderhuset. Per la vicenda legale precedente lo sgombero (ingiunzioni, sentenze, etc si veda – in inglese – Wikipedia).

Lo sgombero, è iniziato alle 7 del mattino di Giovedì 1 Marzo. Anche in virtù della preannunciata resistenza, si è svolto con modalità militari e grande dispiego di forze speciali – alcuni reparti si sono calati sul tetto dell’edificio da un elicottero. L’area attorno all’edificio è stata isolata. Arresti – il cui numero varia a seconda delle fonti.

Allo sgombero hanno fatto seguito due giorni, e notti, di proteste. Manifestazioni, barricate. Incendi. Altri arresti – si parla di almeno duecento persone.

Azioni di protesta, in solidarietà con gli arrestati, si stanno svolgendo in tutta Europa, specialmente in Germania.

Stamane l’Ansa parla, simpaticamente, di uno spazio dove vivevano persone “emarginate”. Probabile che ritroveremo il termine sui giornali di domani – specie di quelli che sono abituati a 3/4 degli articoli con i copia incolla web + agenzie (e a pagarli 5 euro, al precario di turno).

Risorse:


Due libri. “Networking, la rete come arte” e “Monocromatica”

febbraio 1, 2007

Sono due bei libri, non ho dubbio. Ho appena iniziato a sfogliarli. Due libri di persone che un po’ conosco – ma non molto. Libri la cui genesi non ho seguito, ma che adesso segnalo. Sono in libreria. Ma sono anche scaricabili liberamente dalla rete.

Networking

Il primo, “Networking, la rete come arte“, scritto da Tiziana Bazzichellli, fondatrice e anima della maling list su attivismo artistico e net-art AHA, è un saggio. Parla di rete e arte – di arte in rete, e di rete come forma d’arte. L’esperienza italiana è al centro della scena. Rimando al sito ufficiale per ogni dettaglio.

Il secondo, scritto da due attivisti milanesi, che assieme si firmano blackswift, è un romanzo. Giallo. Meglio: noir. Esce in libreria pubblicato da Colorado Noir e distribuito da Mondadori. Dopo un percorso di crescita, in rete, dove una prima edizione era già stata pubblicata un anno fa (con il nome Rapsodia Monocromatica), approda, in questa seconda versione, anche sulla carta. Il sito di riferimento per il libro è questo e io voglio copiacciare qui sotto il suo incipit:

 

Monocromatica

“Piazzale Loreto.

 

La parola di Milano è grigio.
Il cielo è una distesa non uniforme: dal pallore del cielo quasi bianco verso via Costa, in direzione nord-nordest, fino al grigio scuro delle nubi cariche di pioggia che evaporerà o si trasformerà in pasta grigiastra prima di toccare il suolo nella zona centrale, in lontananza verso sud.

 

Il piazzale è teatro di un costante carosello di macchine, clacson, insulti, infrazioni.
Doveva essere un luogo più divertente cinquanta o sessanta anni fa, quando al posto delle macchine c’era una ressa di persone che finalmente si gettava alle spalle vent’anni di merda e violenza.”


Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.